COMPORTAMENTI DEL CARDIOPATICO E RIPRESA SPORTIVA: L’ATTIVITA’ SPORTIVA NEL CARDIOPATICO DOPO L’INFARTO

Le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte nel nostro paese.

La cardiopatia ischemica rende conto del 28% di tutti i decessi. Sebbene la mortalità per infarto miocardico sia stata drasticamente ridotta dopo l’istituzione delle Unità di Terapia Intensiva Coronarica e l’introduzione in terapia di farmaci in grado di “sciogliere” il trombo coronarico e la messa a punto di tecniche di rivascolarizzazione coronarica (angioplastica con palloncino e stent), il Paziente che incorre in un attacco cardiaco ha il rischio concreto di trasformarsi in un malato di cuore cronico con peggioramento della qualità della vita e notevoli costi per la società. Diventa cruciale in questa situazione, porre in essere tutte le strategie terapeutiche e riabilitative perché il Paziente possa riprendere in sicurezza, le sue attività quotidiane sociali e lavorative.

Perché bisogna praticare l’esercizio fisico?

Nel soggetto non cardiopatico la mancanza di attività fisica è causa di un maggiore rischio di malattia ischemica cardiaca. Allo stato attuale il 60 -80% degli adulti sani non svolge un'attività fisica sufficiente ad avere effetti benefici sulla salute con un rischio di ammalarsi di cardiopatia di 5 volte superiore rispetto ai soggetti allenati.

Perché il paziente cardiopatico deve praticare esercizio fisico?

Il concetto di riabilitazione cardiologica inteso come “insieme di interventi richiesti per assicurare le migliori condizioni fisiche e sociali che consentono ai soggetti affetti da malattie cardiache post-acute o croniche di mantenere o riassumere la propria condizione sociale” è stato inizialmente limitato al trattamento dei pazienti colpiti da infarto miocardico, ma successivamente è stato esteso anche allo scompenso cardiaco, all’ipertensione e ai pazienti sottoposti a interventi di rivascolarizzazione coronarica, sostituzione di valvole, trapianto. Per molti anni i Cardiologi sono stati condizionati dal concetto "Rest and Pain" (riposo e dolore) per cui 25-30 anni fa l’unica terapia del paziente con infarto era il riposo a letto prolungato fino a 30 giorni e il controllo del dolore. Successivamente si è compreso che il paziente infartuato poteva, con prudenza, essere mobilizzato dal letto precocemente e avviato in tempi relativamente brevi ad un programma di riabilitazione sotto diretto controllo medico.

L’esercizio fisico controllato e adattato al paziente determina la riduzione della mortalità e di nuovi eventi cardiovascolari fino al 20-25% in aggiunta agli effetti benefici dei farmaci. Un programma di attività fisica da continuare nel tempo costituisce il cardine della prevenzione secondaria e in alcune città si sono costituiti veri e propri “circoli coronarici” che promuovono l'attività fisica (palestra, nuoto, sci di fondo, golf, trekking, ecc.).

L’esercizio fisico previene l’obesità, migliora la distribuzione corporea del grasso, diminuisce il rischio di diabete, favorisce il controllo dell’ipertensione, riduce i valori di colesterolo, aumentando il colesterolo “buono”, protegge dall’ischemia (mancanza di sangue) e dall’aritmia, riducendo la progressione della malattia cardiovascolare.

Praticare un’attività fisica diminuisce l’appetito, la voglia di fumare, il livello di stress e aumenta il senso di benessere. Trenta minuti di moderata attività sportiva (“brisk walking” – camminata veloce) per almeno cinque giorni la settimana con un consumo calorico di 4 - 7 Kcal/minuto riducono la mortalità cardiovascolare.

Che tipo di esercizio fisico può praticare un soggetto dopo l’infarto?

La più indicata è l'attività aerobica che utilizza sforzi di tipo dinamico (camminata, corsa, bicicletta, ginnastica respiratoria, a corpo libero, ballo, nuoto), mentre vanno evitati o limitati gli sforzi di tipo isometrico con prevalente impiego di forza (sollevamento pesi) che aumentano il lavoro del cuore.

Tutti i pazienti dopo l’infarto possono praticare esercizio fisico?

Dopo un infarto, prima di consentire e prescrivere attività fisica è necessaria la valutazione completa del paziente con una visita cardiologica, un'analisi accurata della storia clinica e dei fattori di rischio (fumo, ipertensione, dislipidemia, ecc.) e la esecuzione dell’elettrocardiogramma, dell’ecocardiogramma e del test da sforzo. Quest’ultimo permette di indicare un livello sicuro di attività sportiva.

La frequenza massimale, ossia quella raggiunta al massimo dello sforzo, serve da guida: si calcola un livello di frequenza allenante pari al 60-80% della frequenza cardiaca massima da sforzo e si comincia l'attività con un livello moderato che si aumenta ogni 4-6 settimane fino a raggiungere il massimo livello previsto.

L’attività fisica deve essere svolta per 30-60 minuti per almeno 3-4 volte alla settimana secondo lo stato di allenamento con incrementi progressivi e deve sempre essere preceduta da una fase di riscaldamento di almeno 5 minuti e seguita, al termine dello sforzo, da una fase di defaticamento della stessa durata.

Si consiglia, durante attività fisica, l'uso del cardiofrequenzimetro o, in alternativa, il controllo della frequenza cardiaca con il polso; altrettanto importante è la valutazione dello sforzo attraverso la percezione della fatica (scala di Borg: fatica assente, appena percettibile, leggera, elevata, molto elevata).

La prescrizione dell'esercizio fisico deve sempre accompagnarsi ad un attento programma di controllo di tutti gli altri fattori di rischio cardiovascolare.

DR MARIA DOMENICA SORBO

Maria Domenica Sorbo è nata a Mattinata (FG) il 1/1/1959,  si è laureata in Medicina e Chirurgia  nel luglio 1983  presso l’Università degli Studi di Padova, si è specializzata nel luglio 1988 in Cardiologia e nel dicembre 1992 in Medicina dello Sport presso la stessa sede. Vive a Padova dal 1978. Dal 1989 al 1994 ha lavorato come specialista cardiologo ambulatoriale e dal maggio 1994. A tutt’oggi è dirigente di Cardiologia presso l’Unità Operativa di Cardiologia dell’Ospedale di Dolo, con mansioni di vicedirettore dal 1 luglio 2001;   è Facilitatore per i percorsi di autorizzazione e accreditamento (L.22/02), è in possesso delle Certificazioni SIEC per l’ecocardiografia generale e l’echostress farmacologico, ha frequentato il Corso di Perfezionamento post laurea Formazione, Comunicazione e Management in Cardiologia (Università di Padova). Ha partecipato a numerosi corsi e congressi nazionali e internazionali anche come relatore. Dal Marzo 2009 è Responsabile dell’Unità Operativa Semplice di Ecocardiografia Pediatrica e Neonatale. E’ autrice e co-autrice  di numerose  pubblicazioni a stampa  citate in  National Library of Medicine and the National Institute of Health  (NCBI). E’ co-autrice del Manuale Pratico di Elettrocardiografia e Aritmologia e del Trattato di Medicina Interna fondato da Paolo Larizza Edizione 2010.

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